Ho visto la morte in faccia al largo della Grecia

Ahmad è un giovane siriano che, a meno di trent’anni, ha visto la morte in faccia nel tratto di mare che separa la Turchia e la Grecia. Non sa nuotare e nello specchio d’acqua dell’Egeo orientale, davanti all’isola di Chios, ha rischiato di morire.

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L’imbarcazione di fortuna sulla quale cercava di raggiungere la costa greca assieme ad altri rifugiati siriani è andata all’improvviso in avaria, dopo un lungo inseguimento ad alta velocità da parte delle autorità  greche. Pian piano il barcone sul quale viaggiavano stipati una cinquantina tra uomini, donne, bambini e anziani, ha iniziato a imbarcare acqua e ad affondare. 

Sono stati attimi di puro terrore per Ahmad, che si trovava a bordo di quell’imbarcazione. Momenti che sembrano dilatarsi e diventare infiniti. In quegli istanti gli sono tornati in mente i suoi genitori, la mamma e il papà, rimasti entrambi in Siria. In pochi secondi ha rivissuto tutta la sua vita, Ahmad, insegnante di matematica a Damasco.

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Quella traversata pagata qualche migliaio di dollari a testa poteva essere il prezzo versato per un viaggio verso morte certa. Mentre ricorda l’orrore vissuto in mare aperto ha gli occhi lucidi: “La polizia greca ci ha abbandonati al nostro destino –mi dice Ahmad- Urlavo aiuto con tutto il fiato che avevo in gola, dicendo loro che non sapevo nuotare. Non ero l’unico. La polizia greca, però, ci ha ignorati, ci ha negato i soccorsi. Ci hanno lasciato lì, soli, mentre la nostra barca affondava lentamente”. Chi sapeva nuotare fuggiva. Chi come Ahmad non era in grado di nuotare non aveva scelta, se non rimanere aggrappato al barcone, pregando e sperando nell’arrivo dei soccorsi. “Una parte di me è annegata in quel gorgo di orrore. Una parte di me è annegata nel mare quella notte” mi racconta con un filo di voce.

Inseguiti e attaccati dalle autorità greche

“Siamo partiti tra le 3:00 e le 4:00 di notte” mi spiega Ahmad. A detta dei trafficanti di esseri umani era il momento migliore per eludere la sorveglianza di pattuglie turche e greche. “Non ricordo l’ora esatta –sottolinea- perché ci hanno impedito di tenere accesi i telefoni cellulari”. In mezzo al mare Ahmad e gli altri rifugiati hanno trascorso più di un’ora e mezza. È stata la notte più lunga della sua vita. “Eravamo 50 forse 52 persone, se non ricordo male –mi spiega con voce rotta- A un tratto, non lontano dalla costa, la polizia greca ci intercetta, intimandoci di fermarci. Il nostro timoniere si è rifiutato di interrompere la traversata pensando che alla fine ci avrebbero lasciato andare.

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Invece la polizia greca ha cominciato ad attaccarci. Navigavano veloci, sembrava che volassero sull’acqua. Sembrava che i poliziotti greci volessero speronarci. Poi giunti a distanza ravvicinata hanno iniziato a sparare. Hanno colpito il nostro timoniere e la nostra imbarcazione è andata fuori controllo, iniziando a girare su se stessa, in modo vorticoso –prosegue Ahmad- Tutti hanno cominciato a urlare. Il panico si è impossessato di noi. La nostra imbarcazione sembrava come impazzita, continuava a girare a tutto gas, finché il motore non ha ceduto. Così la battaglia in mare ha avuto fine”. Ma quei colpi esplosi dalla polizia greca hanno colpito anche lo scafo, così l’acqua lentamente e inesorabilmente ha cominciato a riempire la loro barca. “Invece di aiutarci si sono allontanati, dicendoci che eravamo gente cattiva e che meritavamo di morire annegando in mare” dice commosso Ahmad. A nulla sono servite le urla disperate dei rifugiati. Nessuno li ha soccorsi. “Gridavo così forte che la mia voce ha raggiunto il settimo cielo –racconta Ahmad- Pregavo, piangevo, urlavo. Ho sperato che mia madre potesse sentirmi e pregare per me, per la mia salvezza”. Alla fine una luce si avvicina alla barca semi-affondata. È una nave della guardia costiera greca che si accosta e li trae in salvo. Rimorchiano la loro imbarcazione piena d’acqua, consentono ai rifugiati di salire a bordo, uno a uno. “Ci hanno spintonato e qualcuno di noi è stato anche preso a calci –dice Ahmad- Ci hanno accolto dicendoci con tono di beffa: benvenuti in Europa. Poi ci hanno lasciato sul ponte della nave, al freddo, come se fossimo dei prigionieri. Ho pianto in silenzio, mentre il freddo mi sferzava il volto. Tutti piangevano attorno a me. Provavo vergogna e orrore. Piuttosto che incontrare la polizia greca quella notte, avrei preferito mille volte di più essere ucciso in Siria”.

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Tutti i naufraghi sono stati poi condotti nel centro di accoglienza per rifugiati dell’isola di Chios, centro nel quale Ahmad è rimasto per 4 lunghi mesi.

La vita in Siria e l’inizio di un viaggio difficile

“Vivere in Siria era diventato pericolosissimo –mi dice Ahmad visibilmente scosso- Ringraziavo quotidianamente Dio di avermi fatto sopravvivere un altro giorno ai rischi continui della guerra”. Eppure la salvezza per lui non è coincisa affatto con l’inizio del suo viaggio alla volta dell’Europa. La ricorda a fatica quella traversata lunghissima e irta di pericoli, insidie, sofferenze. Forse cerca solo di rimuovere, per lenire il dolore che ancora lo assale ogni volta che ne parla con qualcuno. E mi sento in colpa per costringerlo a rivivere quei momenti, per costringerlo a condividere con me quei ricordi che ancora oggi gli bruciano dentro, come una ferita che non si rimargina mai.
Ahmad è andato in aereo dalla Siria al Libano. Ha creduto alle parole del suo adorato padre, un uomo straordinario che ha preso una laurea e un master in tarda età, dopo aver cresciuto 6 figli e averli fatti andare prima a scuola e poi all’università. Un uomo caparbio e determinato, che ha voluto insegnare ai suoi ragazzi che è possibile imparare fino alla fine dei propri giorni. È stato suo padre a spingerlo ad andare in Libano, promettendogli che lo avrebbe seguito la settimana seguente. Il padre sarebbe poi andato in Egitto dalla sorella. La situazione invece per Ahmad sarebbe stata più complicata. Non avendo fatto il servizio militare non si sarebbe potuto trattenere a lungo in Libano, né avrebbe potuto fare ritorno a Damasco. Un visto per l’Egitto è costato oltre 4.000 dollari, ma alla fine quel visto non è stato emesso. Suo padre non ha più lasciato la Siria, ma Ahmad ormai era già partito. Una volta iniziato il suo viaggio non poteva più né fermarsi, né tornare indietro, con il rischio di essere chiamato alle armi nel suo paese e combattere una guerra fratricida. È stato allora che suo padre lo ha esortato a mettersi in viaggio per raggiungere suo fratello in Norvegia.
Il desiderio di Ahmad è di poter far uscire appena possibile sani e salvi dalla Siria i suoi genitori e farli vivere sereni in Europa, magari proprio in Austria. Non vuole, però, che viaggino nelle condizioni in cui è stato costretto lui. “No, mio padre e mia madre vorrei che viaggiassero con dignità, trattati come persone non come bestie –dice con le lacrime agli occhi- Provo una pena infinita per quelle persone anziane che hanno fatto quella traversata dal Libano con me. Per me ho potuto tollerarlo, ma non per i miei amati genitori. No, per loro non vorrei mai un simile, orribile trattamento”.

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Dalla Grecia all’Austria, tra violenza e corruzione

Nel centro di accoglienza per rifigiati a Chios Ahmad ci è rimasto per due giorni. Poi sono stati tutti trasferiti in un altro centro di accoglienza gestito da religiosi, e successivamente in un altro centro di tipo militare in cima a una montagna. Qui Ahmad trascorre una settimana, in un regime quasi di tipo militare. Stavano nelle roulotte e dalle 20:00 in poi dovevano rimanere chiusi all’interno dei dormitori fino al mattino seguente. Ovviamente non erano liberi di uscire dal campo. È qui che vengono prese loro le impronte digitali e alla fine Ahmad passa quattro mesi in Grecia, poi si dirige in Serbia. L’incontro con la polizia serba ha lasciato meno segni nel suo animo ferito. È bastato dar loro dei soldi e la polizia che pure li aveva fermati, li ha lasciati andare, facendoli proseguire. Il 10 ottobre 2014 Ahmad raggiunge finalmente l’Austria e decide di restarci.

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Da professore di matematica a insegnante di arabo

Oggi Ahmad vive a Vienna e fa l’insegnante di arabo. Ha cercato d’imparare in fretta il tedesco. Ha infatti appena passato il suo esame a pieni voti. Ci vorrà tempo perché possa inserirsi nella scuola austriaca facendo il lavoro di professore di matematica, come a Damasco, ma questo lavoro come insegnante di arabo rappresenta per lui un primo passo importante.

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“Insegnare l’arabo agli austriaci che accolgono i rifugiati mi permette di incontrare e interagire con quelle persone eccezionali che danno il benvenuto ai migranti –dice con commozione- e questo mi fa sentire meglio, mi fa sentire utile e meno solo”.

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Ahmad insegna in una scuola viennese, I suoi alunni hanno tra i 20 e i 60 anni, molti sono operatori sociali, altri insegnanti, altri medici, infermieri e paramedici che hanno contatti quotidiani con i rifugiati.

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Alcuni già conoscono qualche rudimento della lingua araba. Tutti puntano ad avere un’infarinatura di arabo parlato, che possa aiutarli nella fase di accoglienza dei rifugiati che arrivano in Austria.

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Frasi semplici, di presentazione e comunicazione base, che rendano ai rifugiati meno traumatico l’impatto con l’Austria e che consentano agli operatori di stabilire un contatto empatico con i migranti.

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Le classi sono composte da 15 o 16 alunni al massimo. Vista l’eccezionale risposta e l’affluenza copiosa, i corsi proseguiranno anche a gennaio e a febbraio 2016. Presto potrebbero seguire anche corsi di Farsi e Curdo.

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L’apporto di Ahmad è di consulenza sulla lingua parlata. Aiuta nella conversazione e nella costruzione di dialoghi e situazioni d’interazione. Nella scuola e nella vita di tutti i giorni ha trovato molti amici, anche austriaci, tanto che a Vienna si sente a casa. Per lui è l’avvio di un percorso nuovo, verso un futuro di integrazione.

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