La cantina degli orrori

Il regista Ulrich Seidl ha esplorato spesso l’animo umano, andando a scavare a fondo, in quel gorgo oscuro dove si nascondono orrore e perversione. Il suo capolavoro, il durissimo Canicola, che lo ha consacrato nel 2001 all’attenzione del grande pubblico, è un viaggio sotto la luce abbacinante di un torrido agosto viennese che illumina e scandaglia in modo spietato quelle cavità malate dell’inconscio, dove si annidano malvagità, crudeltà, pensieri distorti, ossessioni, violenza. La mostra “Im Keller” im Keller (“In cantina” in cantina) è una discesa agli inferi, non solo metafisica, ma anche fisica.

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Si scendono scale ripide per raggiungere i sotterranei della galleria d’arte GPLcontemporary, in un palazzo antico del centro storico di Vienna. E già nel raffinato gioco di parole del titolo, voluto dal curatore Marcello Farabegoli, si crea un unicum tra le fotografie e il luogo dove vengono esposte, ovvero il basamento di un bellissimo spazio espositivo. 

La cantina, luogo fisico e metafisico

La cantina non è solo un luogo reale, è anche un luogo astratto, dove si superano i limiti delle costrizioni sociali, politiche, sessuali. Un luogo angusto e claustrofobico, dove albergano ferocia e al tempo stesso solitudine, dolore, disperazione. In cantina il gioco d’ombre di questi antri sotterranei muta la normalità in mostruosità, la passione in aberrazione.

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“Ha senso fare questa mostra in una galleria d’arte-cantina perché la cantina è un luogo molto importante per gli austriaci, un luogo reale dove vivono una loro seconda vita, una loro seconda esistenza, una seconda personalità” racconta Ulrich Seidl.

Un mix graffiante di realtà e fiction

Gli scatti presentati nella mostra sono tratti appunto dal film documentario Im Keller (In cantina), che Seidl ha realizzato nel 2014. Originariamente l’idea era nata come studio preparatorio di location per il film Hundstage (Canicola), ma poi il regista lo ha realizzato solo molti anni più tardi. Le sue fotografie sono incursioni reali che portano all’estremo, esasperandola, la finzione.

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“Nelle mie foto c’è un che di documentaristico, ma c’è anche fiction -mi spiega Ulrich Seidl- non sono solo foto di persone che sono in cantina, ma sono una riflessione su noi stessi, provano a rispondere alla domanda: chi siamo noi veramente? Ci portano nella cantina della nostra coscienza, nel nostro più intimo subconscio”.

Nei bui sotterranei dell’anima

Sono fotografie di una crudezza sconvolgente, quasi sempre seguono il registro del grottesco, mettendo alla berlina i difetti, le brutture, la negatività che si celano dentro la parte più profonda dell’animo umano. No, gli austriaci non possono prendersela per questi ritratti impietosi, perché provengono proprio da un viennese doc.

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Ma non è solo l’Austria, o Vienna, ad essere messa così brutalmente a nudo, è l’intera razza umana, capace di nefandezze che purtroppo si ripetono troppe volte nella storia. Non è solo l’abisso nazista a nascondersi nella Nazikeller, in questa cantina degli orrori. C’è posto anche per deviazioni sessuali, sadismo, masochismo, restando sempre in bilico tra grand guignol e burlesque.

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Questi uomini e donne, incarnano essi stessi la dolente distorsione delle loro depravazioni. Ecco perché in un’apparente tranquilla cantina austriaca, anche una coppia piuttosto in carne, un uomo e una donna obesi dall’aspetto mite, mostrati così, attorniati da una sovrabbondanza di trofei di caccia, innumerevoli corna di cervo appese alle pareti e altri animali impagliati, esprime tutto il raccapricciante e l’orrifico che nella quotidianità non riusciamo a vedere.

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Qui l’umanità si mostra in tutta la sua cupezza e ferocia, grazie alla lente d’ingrandimento di Seidl, grazie alle distorsioni operate da una luce potente e rifratta che colpisce e denuda le pieghe dell’anima. Anche se di anima alcuni personaggi sembrano quasi non averne più traccia.

La banalità del male

“Chiaramente il film è basato sugli austriaci, però in realtà è un’idea più lata, più ampia rispetto alla cantina, potrebbe essere un garage o una soffitta -mi dice Seidl- Comunque si tratta di un luogo dove le persone possono essere intimamente se stesse, al di là delle regole della società. Non è un film sugli austriaci, ma un film sull’umanità tutta, su frammenti di umanità, sulle sue pulsioni più intime e segrete”.

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Se colpisce il realismo duro, osceno, non è da meno la cifra del grottesco, che amplifica, mettendolo in evidenza, tutto il marcio della nostra società, apparentemente normale. In Seidl è come se la normalità, ritratta in tutta la sua banalità, si deformasse e finalmente mostrasse il suo vero volto, quello macabro della morte. C’è odore di umido, di muffa e di putrefatto in quell’ambiente invaso da cimeli nazisti. C’è sentore di decomposizione nella donna nuda, accucciata all’interno di una gabbia.

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Anche se per realizzare Im Keller Seidl non ha pensato al caso Kampusch, avendo lavorato a quest’idea prima del 2001 e avendo deciso di svilupparla solo nel 2014, non si può non tornare con la mente alla ragazzina tenuta prigioniera per anni in una cantina, da un individuo anonimo, in apparenza normale. La banalità del male si annida ovunque, dietro la patina di ruggine di ciò che ci sembra normale. Seidl disvela proprio questa realtà anomala, senza infingimenti, il vero più vero, in modo quasi filosofico, adoperando un linguaggio senza fronzoli, che arriva dritto alle nostre coscienze, risvegliandole, come un pugno nello stomaco, come un potente schiaffo in faccia.

Le fotografie di Seidl sono in mostra fino al 23 aprile.

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