I bambini hanno diritto di sognare

Quarant’anni di attività per supportare socialmente ed economicamente i Paesi in via di sviluppo. In primo piano il progetto Equal Dreams, che ha per protagonisti i bambini, i loro sogni, i loro diritti. Così l’OFID (Opec Fund for International Development), l’istituzione intergovernativa per lo sviluppo finanziario creata nel 1976 dai Paesi membri dell’OPEC, ovvero quei Paesi che esportano petrolio, ha festeggiato il quarantesimo anniversario della sua fondazione, concentrandosi sui bambini e sul loro diritto di sognare, studiare, giocare. A sancire l’inizio del progetto Equal Dreams, la firma di una partnership con Child of Play, organizzazione di artisti nata in Austria, che pone al centro proprio i bambini. Qualsiasi sia la razza, la religione, l’età, tutti i bimbi del mondo e in particolare coloro che fuggono da guerra e distruzione, hanno diritto a imparare, vivere in un ambiente ospitale, giocare, esprimersi, crescere, formare le proprie coscienze.

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Child of Play aiuta i bambini a trovare un modo per dare espressione visiva a pensieri e sogni attraverso l’arte. Presenti all’evento anche l’UNHCR, la Commissione delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e l’UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi. 

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 I diritti espressi per immagini

“È un magnifico progetto perché raffigura in modi nuovi delle realtà che noi operatori umanitari purtroppo conosciamo molto bene -mi dice Filippo Grandi Commissario Generale UNHCR- Ma le proietta simbolicamente, perché raffigurano diritti fondamentali. Le scene propongono villaggi europei, rovine mediterranee, o spiagge da dove partono, o arrivano i rifugiati. Da scene molto reali, concrete, si arriva a un simbolismo molto forte fatto nella maniera dei bambini, in modo molto fantasioso, colorato e bellissimo. Al centro di tutto ci sono i diritti dei bambini”.

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Sulla situazione dei rifugiati chiedo al Commissario Generale Grandi se si faccia abbastanza, e lui mi risponde che “No, non si riesce a fare mai abbastanza per la sofferenza che è generata dall’esilio. Il mio lavoro e quello della mia organizzazione è proprio occuparsi di questo e ha un impatto sempre più vasto, sull’ambiente, sull’economia, sulle società, su intere generazioni”. E aggiunge: “Dobbiamo cominciare a pensare più seriamente a rispondere in modo diverso a queste crisi, guardando a lungo termine, anche all’impatto sulle vite e sulle società”.

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E sull’Unione europea disunita nelle risposte date alla crisi dei rifugiati che si sono riversati in massa lungo la cosiddetta rotta balcanica, un’Europa frammentata e divisa, con lo spettro di frontiere chiuse Grandi rilancia: “Credo che purtroppo in Europa il problema sia stato quello di mancate opportunità di lavorare insieme, organizzando una risposta che sarebbe stata possibile. Oggi è difficile, gli Stati procedono in ordine sparso, ci sono accordi complessi all’esterno dell’Europa, quindi siamo in una fase più complicata di quanto avrebbe potuto essere, ma dobbiamo trovare soluzioni e non dobbiamo scoraggiarci”.

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Un percorso per dare voce ai bambini

“La nostra iniziativa si chiama Child of Play, siamo un gruppo internazionale di artisti, che si dedicano a tradurre messaggi in opere visive, sempre in stretta collaborazione con i bambini e i giovani. Siamo soprattutto focalizzati su diritti e doveri” racconta Lukas M. Hüller Direttore Generale Child of Play.

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Si possono esplorare diverse culture, ma quello che poi si scopre è che i modi di giocare dei bambini alla fine sono simili un po’ ovunque nel mondo. E tutti i bambini hanno i loro sogni e hanno il diritto di coltivarli. Un dialogo, un percorso fatto fianco a fianco, per dare alla fine voce ai bambini.

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La tecnica fotografica panoramica, le gigantografie che non possono essere realizzate con un semplice e unico scatto, sono solo alcuni dei metodi utilizzati per tradurre le idee in simboli e immagini che parlino dritto alle coscienze.

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Alla fine Lukas e il suo team di artisti utilizzano un metodo simile a quello delle riprese di un film, si procede come su un set cinematografico: tutto è definito con un copione ben preciso, i vari ciak sono brevi, e i bambini sono sempre protagonisti attivi non solo nella fase creativa ma anche in quella della realizzazione concreta.

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“Solo lavorando tutti insieme possiamo raggiungere il risultato -mi spiega Lukas- Abbiamo bisogno gli uni degli altri e ci vogliamo bene e giochiamo insieme e sappiamo sia noi artisti, sia i bambini che alla fine avremo questa serie di immagini su larga scala, costruite ma autentiche, che non perdono la loro spontaneità e aderenza alla realtà”. Immagini potenti come una mano che emerge dall’acqua, realizzata nel 2009, ma che vista oggi ha la forza iconica di un grido d’allarme, parla al cuore, ci ricorda che migliaia e migliaia di rifugiati premono alle porte dell’Europa e chiedono aiuto. L’immagine di quella mano è un monito per i politici di ogni tempo, è un appello disperato che descrive ogni conflitto, ogni esilio, di ieri e di oggi.

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Combattere la povertà

“Quello illustrato in questa occasione è solo un piccolo segmento della nostra complessa attività volta ad aiutare i Paesi poveri, i rifugiati, gli esiliati, i disperati del mondo” mi spiega il Direttore Generale dell’OFID Suleiman Jasir Al-Herbish. Si tratta di una porzione del lavoro e della missione dell’OFID che sta stanziando ingenti risorse finanziarie e umanitarie per cooperare a fianco dell’UNHCR e l’UNRWA, organizzazioni con le quali ha rapporti da oltre trent’anni.

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“Negli ultimi dieci anni, però, abbiamo impresso una grande accelerazione ai nostri programmi di aiuti -mi racconta il Direttore Generale dell’OFID-  Mi sono recato personalmente a Gerusalemme, a Hebron, a Ramallah, e ho visto con i miei occhi la situazione dei rifugiati palestinesi, rimasti senza una casa per oltre settant’anni. Quando si parla di rifugiati, siano essi siriani, libici, iracheni, certo, sono una parte importante del problema, ma non dobbiamo dimenticare anche i rifugiati palestinesi”. Con gli occhi lucidi e la voce rotta dalla commozione Al-Herbish condivide con me un ricordo rimasto indelebile nella sua memoria, il modo in cui è stato accolto dai bambini palestinesi. Lo hanno ricevuto, cantando, facendo festa, pur conducendo la loro esistenza in uno dei luoghi più depressi, poveri e disperati della terra. E tutto questo, mi confessa, lo ha colpito profondamente.

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Il quaderno di Rua

I volti di bambini, la cui infanzia rischia di venire spezzata dalla guerra sono lì, a guardarci, gigantografie della mostruosità della morte provocata da conflitti sanguinosi. Le armi tolgono la vita a tanti innocenti, uccidono sogni, non solo esistenze, e gli sguardi di quei bambini ci ricordano che saranno gli adulti di domani, e che dobbiamo investire nella loro crescita, nella loro formazione, che dobbiamo garantirgli un ambiente sicuro.

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Così, la storia di Rua, diventa anch’essa il simbolo di una generazione di ragazzini rifugiati che non ha perso la speranza, che sa ancora come rincorrere la felicità, malgrado attorno ci sia solo violenza e prevaricazione. “Nel 2014 ero nella striscia di Gaza -dice Pierre Krähenbühl Commissario Generale dell’UNRWA- Ero in una scuola vicina a Khan Younis, danneggiata dai bombardamenti, e durante la mia visita ho trovato questo quaderno che ora mi segue ovunque io vada. Un quaderno che conteneva poesie scritte in arabo”.

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Il quaderno era di una ragazzina all’epoca tredicenne, Rua. Nei suoi scritti si parlava della speranza come di un’amica che non tradisce mai. A volte va via, ma poi torna sempre. E della felicità Rua non parlava come di qualcosa che si debba cercare attorno, ma di qualcosa della quale ci si debba prendere cura, come una pianta da coltivare nel proprio giardino.

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“Non sapevo se questa ragazza fosse sopravvissuta al conflitto. -racconta Krähenbühl- Così, visto che uno dei nostri obiettivi era ricostruire la scuola distrutta, ho detto che se Rua fosse sopravvissuta avrebbe dovuto essere presente all’inaugurazione della scuola”. Fortunatamente Rua si è salvata. Ora ha 14 anni e non potendo lasciare Gaza ha chiesto che il suo quaderno potesse parlare al mondo per suo conto. Adesso il quaderno è la sua voce e crea un legame empatico con chiunque abbia modo di ascoltarla.

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2 risposte a “I bambini hanno diritto di sognare

  1. Sono per indole dalla parte dei bambini e questo articolo mi porta felicemente a conoscenza che nel mondo le organizzazioni lottano per essi. Così dovrebbero fare anche le singole persone.

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