Un selfie con Ai Weiwei

La prima volta che ho incontrato Ai Weiwei stavo andando a vedere F Lotus, l’installazione dei giubbotti salvagente trasformati in loti galleggianti. Il caso ha voluto che ci trovassimo proprio in quel momento. Era assieme alla sua famiglia e al suo staff. Mi sono presentata, ci siamo salutati con un lieve inchino, accennando un sorriso. Volevo chiedergli se potevo fotografarlo, anche se eravamo distanti qualche centinaio di metri dalla sua opera. Lui sorride, poi gentilmente mi prende di mano l’Iphone, mi viene vicino, si mette in posa con il suo solito sguardo curioso, vivace e scatta più volte per essere sicuro di catturare al meglio l’istante. Poche parole, ma tanta grazia e poesia in quell’incontro. Lo ringrazio, gli dico che ci vedremo ancora il giorno dopo per il vernissage della sua personale viennese Translocation – Transformation. Poi mi dirigo verso il laghetto del Belvedere.

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Così un’afosa giornata di luglio, dal tempo incerto, si trasforma in un evento memorabile. Anch’io come il grande artista cinese sono un’appassionata di social media. Entusiasta per l’incontro fortuito, pubblico immediatamente lo scatto ovunque: su Facebook, Instagram e Twitter. Si tratta di questo selfie che vedete. Una foto d’artista, un’opera d’arte essa stessa, perché a scattarlo è stato Ai Weiwei. E artistici siamo entrambi, ritratti in quell’attimo. Lui che ha fatto di se stesso un’icona, un’opera d’arte vivente, un manifesto della sua idea di arte che lasci un segno nella società, che aiuti a cambiare il mondo, rendendolo un posto migliore; io che di lui sto scrivendo. Per me un incontro che ha il sapore dell’unicità. Per Ai solo uno dei mille volti, che smemoreranno in un tempo breve. 

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Ai Weiwei e l’arte della denuncia   

Fluttuano sull’acqua del laghetto barocco del Belvedere Alto. Sono 1.000 e più giubbotti salvagente usati, uniti insieme, cinque per volta ad anello, a formare tanti fiori di loto. Macchie arancio, blu pervinca, rosso vivo, si mescolano all’architettura del museo, che si riflette sullo specchio d’acqua.

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Tutti insieme i vari anelli compongono la lettera F, che sta per Fake, il nome dello studio di Ai. Restano come sospesi, eppure immobili, questi inediti fiori di loto, nella loro misteriosa fissità. Si stagliano placidi nel parco, ma hanno in sé la forza granitica di un memento mori. Sono lì, immersi in uno scenario quasi irreale, per ricordarci il dramma dei rifugiati che a migliaia hanno attraversato il tratto del Mare Egeo, in cerca di salvezza in Europa. È F Lotus, una delle installazioni della mostra personale di Ai Weiwei, Translocation – Transformation, che si è appena aperta a Vienna.

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Giubbotti salvagente simbolo dei migranti

Sono un segno del nostro tempo questi giubbotti salvagente. Un tempo nel quale migliaia di persone sono costrette a lasciare tutto ciò che possiedono: casa, lavoro, patria, lingua, cultura, per sfuggire alla morte e sperare di poter ricominciare a vivere altrove. Ai Weiwei sente molto il tema dei migranti, egli stesso nomade e perseguitato, con un padre poeta esiliato dal regime e mai riabilitato. Inizialmente in Grecia c’era andato in vacanza, la prima vera vacanza con la sua famiglia. Ma poi si è trovato a stretto contatto con la crisi dei rifugiati, al suo culmine, mentre veniva chiusa la rotta balcanica e l’isola di Lesbo stava diventando un enorme centro di accoglienza.

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“Everything is art, everything is politics” (Tutto è arte, tutto è politica)

Proprio a Lesbo Ai Weiwei si è sentito più che mai coinvolto dalla disperata condizione dei migranti, dalle loro storie dolorose, dalla loro immane sofferenza. Di quei giubbotti salvagente, che “talvolta sono la sola cosa che questi migranti abbiano con sé, ce n’erano oltre 500.000 sull’isola -racconta- Un quantitativo enorme, sembravano quasi far parte del paesaggio. Nessuno, neanche il sindaco sapeva che farsene”. Così lui ne ha presi alcuni e ha realizzato l’installazione a Berlino e adesso anche F Lotus a Vienna.

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“Siamo disposti a sacrificare la compassione verso chi soffre ed è disperato?” si chiede Ai che con la sua installazione cerca di recuperare valori quali la dignità, l’umanità, i diritti umani. Possiamo restare insensibili di fronte a così tanto dolore? Se i politici innalzano barriere e respingono i migranti, i cittadini non possono restare a guardare. Per l’artista cinese ignorare questa tragedia significa anche diventarne in parte responsabili. Ecco perché quella F potrebbe anche significare “freedom” (libertà), oppure essere un provocatorio “f***-you” alla politica insensibile.

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L’anno della scimmia, l’Europa e il mondo

Quest’anno è l’anno della scimmia e in Cina è considerato un anno difficile, travagliato e instabile. “Non è ancora finito -dice in modo scherzoso- e potrebbero esserci problemi in molti luoghi del pianeta. In Europa mi sembra che si sentano particolarmente gli effetti del segno della scimmia, percepisco un clima di profonda incertezza”.

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Ai Wei Wei, Vienna e i rifugiati

Il legame e la conoscenza della città di Vienna risale all’estate del 2005, anno in cui Ai Weiwei ha insegnato arte a Salisburgo. In quel periodo ha visitato molte volte la capitale austriaca. Gli chiedo come si sia trovato a realizzare la sua mostra proprio in una delle città dov’è transitato un grandissimo numero di rifugiati e che ha avuto una reazione di estrema solidarietà, generosità e apertura nei confronti dei migranti. “Vienna è una città con solide tradizioni -risponde Ai– Sono consapevole della risposta solidale data all’emergenza umanitaria dei rifugiati, ma al tempo stesso percepisco un’ondata populista e una possibile deriva verso la destra radicale che rappresenta un momento politico molto delicato e del quale ci deve essere consapevolezza”.

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Ai Weiwei e il passato

Personalmente amo molto la serie di foto che ritraggono Ai intento a rompere in mille pezzi un preziosissimo vaso antico. Gli chiedo quale sia il suo rapporto con il passato, è forse un atteggiamento di rottura? “Ogni volta occorre lavorare e reinterpretare la nostra relazione con il passato. Bisogna capire cosa sia il nostro passato, ma questo è un qualcosa che ridefiniamo di volta in volta e ciò avviene anche in relazione al pubblico con il quale ci rapportiamo”. Un atteggiamento semplice, senza vincoli, che gli ha permesso di frantumare un vaso antico, o di dipingerci sopra la scritta Coca-Cola. “A suo tempo ho pensato che sarei stato considerato di più se avessi scelto oggetti preziosi per esprimere la mia arte”.

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Le possenti teste bronzee

Attorno al laghetto del Belvedere si ergono le sculture bronzee che riproducono le teste degli animali dello zodiaco cinese. Sono modellate esattamente come quelle che erano un tempo parte degli arredi del palazzo imperiale Yuanming Yuan a Pechino.

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Le truppe britanniche e francesi distrussero la fontana della quale facevano parte le statue e le saccheggiarono alla fine della seconda Guerra dell’oppio. Ancora 5 delle 12 sculture mancano all’appello, andate perdute chissà in quale parte del mondo.

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Ai le ha reinventate, trasformandole in teschi impalati, infilzandole a pali lunghi 3 metri. Qui a Vienna stanno attorno al laghetto dove fluttuano i giubbotti salvagente. A Praga erano stati esposti avvolgendoli con le coperte termiche dorate, usate dai rifugiati nei momenti più duri dell’emergenza.

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Il tempio che si trasforma se trasportato altrove

È un miracolo per Ai Weiwei essere riuscito a trasportare dalla Cina a Vienna l’antico tempio ancestrale della famiglia Wang, del periodo della dinastia Ming (1368-1644).

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Sono stati necessari adattamenti e svariati dei 1.300 pezzi di cui si compone non sono stati montati nell’edificio del museo 21er Haus.

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Il trasloco fa assumere al tempio nuovi significati. Esporlo in questo edificio, amplifica il senso del trasferimento e della trasformazione.

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La costruzione doveva essere temporanea, ma poi è diventata un museo.

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L’edificio era stato costruito nel 1958, appena un anno dopo la nascita di Ai, per l’Esposizione Universale di Bruxelles, ma poi è stato trasportato a Vienna. In questa struttura di vetro e acciaio campeggia un tempio cinese che è un capolavoro di ingegno, di tradizione artigianale, di carpenteria di alto livello. Il binomio delle due costruzioni lascia senza fiato.

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Il tè come filo conduttore

La famiglia Wang ha commerciato per generazioni tè. Nel tempio sono in mostra altre due installazioni: Teahouse e Spouts, entrambe strettamente legate al . La prima è costituita da foglie di tè Pu-Erh-Tea, pressate.

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Due mattoni, a forma di casa, che riprendono l’idea della casa del tè, ma la caricano di nuovo significato. Tutto attorno un prato di foglioline di tè, che volendo, potrebbe essere utilizzato per preparare un delizioso infuso. Non c’è solo un’indagine filologica delle antiche tecniche di pressatura e delle miscele più particolari di tè.

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Tutto qui è una sfida per parlare un linguaggio che dica qualcosa all’uomo contemporaneo, che sia vicino alle sue esperienze. Spouts è un tappeto di frammenti di porcellana, beccucci di teiere, per l’esattezza.

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Sembrerebbero una distesa immensa di ossa, ma sono pezzi di teiere del periodo della dinastia Song (960-1279). Sono sempre oggetti, o meglio frammenti di oggetti, legati al tè e alla cerimonia del tè.

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Ai è interessato non solo alla tradizione artigianale legata agli oggetti, ma anche a capire i processi, i metodi di lavorazione, i materiali.

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Aquiloni di seta a forma di draghi

Sono tante e ubicate in diversi luoghi le installazioni di Ai Weiwei. La creatura Lu è un dragone accompagnato da altre due figure mostruose che volteggiano nell’aria, sopra la scalinata del Belvedere Alto.

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A loro il compito di enfatizzare il tema della migrazione e le metamorfosi prodotte dall’espulsione. Queste strane creature provengono dalla mitologia cinese, Shanhaijing.

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Sono sculture eteree, leggere, realizzate a mano con le tecniche usate per fabbricare gli aquiloni in Cina. Una leggera struttura di bacchette di bambù ricoperta di seta bianca. Sembrano volare qua e là, ingaggiando combattimenti con le statue della scala, anch’esse bianchissime.

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Comunicano anche con l’installazione dei fiori di loto e delle teste dello zodiaco, attraverso le ampie vetrate delle finestre, in un dialogo tra esuli, alla ricerca costante di equilibrio e pace.

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Internet e il suo potere straordinario

Ai Weiwei è un uomo del suo tempo. Affascinato dalla potenza dei social media, usa soprattutto Instagram e Twitter, perché così può raggiungere un numero enorme di persone.

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Difficile raccontarlo. Ai è come le sue opere, apparentemente semplice, minimalista, eppure complesso. Le sue installazioni si fanno simbolo. Attraverso l’estetica dell’arte, attraverso la bellezza delle tecniche artigianali, Ai fa riflettere, lancia messaggi sociali e politici all’uomo contemporaneo, che incidono sulla società e puntano a cambiarla, a migliorarla. Impossibile imbrigliarne la personalità così piena di sfaccettature, in un’etichetta.

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Usa in modo compulsivo Instagram. Anche durante la conferenza stampa di presentazione. Si distrae, forse si annoia per le troppe chiacchiere, scatta una foto e la posta al volo. I giornalisti osservati dalla sua prospettiva.

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Collaborare con Ai Weiwei

“Lavorare con Ai Weiwei è stato bellissimo e al tempo stesso semplice -dice Agnes Husslein-Arco, Direttrice di Belvedere e 21er Haus- è un uomo generoso, estremamente disponibile. Se si fida, si apre e la collaborazione diventa piena e totale”.

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Inoltre è una sfida confrontarsi con un artista così impegnato politicamente e socialmente. “La sua vita e le sue opere sono sempre indirizzate verso temi sociali di grande rilevanza” sottolinea Agnes Husslein-Arco.

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Oltre l’arte concettuale

È restrittivo definire la sua arte concettuale. In Ai Weiwei si avverte forte l’identità cinese e al tempo stesso si mescolano elementi culturalmente diversi, a formare un mix sincretico. In lui si fondono estetica orientale e pop art americana.

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Il suo fare artistico è in bilico funambolico tra i readymade di Duchamp, l’arte come strumento di coscienza di Joseph Beuys e la Land Art. Ma è tutta l’arte del XX secolo, che conosce a fondo, ad averlo influenzato. Ai è artista, architetto, designer, documentarista, attivista, uomo sensibile.

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“Amo la parte del mio lavoro che implica la produzione di opere e installazioni, che il pubblico possa vedere e godere, mi piace decisamente meno fare pubbliche relazioni, incontrare centinaia di persone, fare migliaia di selfie -racconta- ecco perché in fondo non vedo l’ora che le conferenze stampa finiscano”.

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Il cinese, l’inglese e l’era globale

In un mondo sempre più globale nel quale la Cina tende anch’essa per mentalità a globalizzarsi, Ai Weiwei si rammarica di non poter parlare con chi lo intervista in cinese: “Il mio inglese -dice con una nota di tristezza- è piuttosto limitato, ancora non posso adoperare il cinese per parlarvi, e certamente se così fosse la conversazione sarebbe molto più affascinante e intensa, consentendomi di esprimere ogni sfumatura”

La mostra è aperta fino al 20 novembre 2016.

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