Vienna Contemporary: molti mercanti d’arte alla fiera dell’Est

Vienna Contemporary, la fiera d’arte più attesa dell’anno ha aperto i battenti. Cinque intensissimi giorni, nei quali saranno protagoniste tutte le tendenze artistiche contemporanee. Si spazia dalla pittura alla scultura, dalla video-arte alle installazioni, talvolta fatte solo di suoni. 112 gallerie d’arte, provenienti da 28 Paesi diversi, per un totale di 513 artisti presenti. Pubblico pagante, mercanti d’arte e collezionisti si incontrano per scoprire nuovi talenti, giunti soprattutto dai Paesi di Centro ed Est Europa. Un’occasione preziosa per la capitale austriaca di ritagliarsi un ruolo sempre più importante a livello europeo.

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Una passerella per capire meglio il mondo dell’arte, anche grazie a un fitto programma di dibattiti e incontri. Una preziosa opportunità per Vienna di consolidare le proprie ambizioni a trasformarsi in centro propulsore del mercato dell’arte, nel cuore dell’Europa

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Un immenso spazio pieno di arte

Lo spazio espositivo è gigantesco e vale la visita già di per sé. Danno il benvenuto all’entrata le istallazioni audio di Tonspur, che stabiliscono un contatto con i visitatori giocando a creare atmosfere coinvolgenti, utilizzando esclusivamente suoni e rumori, con varie frequenze sonore.

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All’interno soffitti altissimi e tanti stand, con opere d’arte che abbracciano molteplici tecniche e mezzi espressivi totalmente diversi.

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Si passa da totem multimediali, a sculture composte da coloratissime tutine da neonato.

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Da dipinti astratti, al neo rococò, da sculture più o meno tradizionali ad altre, decisamente non convenzionali, fino alla video-arte e alla fotografia rielaborata.

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Molte delle opere si sposano perfettamente con l’architettura industriale della Marx Halle: un gigantesco edificio di mattoni, con ampie campate e possenti travi metalliche con bulloni a vista, vetro e pavimenti di cemento.

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Vienna crocevia tra Est e Ovest

“Abbiamo raggiunto un traguardo importante con la Vienna Contemporary, diventando una vera e propria settimana dell’arte -dice Dmitry Yu. Aksenov, membro del board di Vienna Contemporary- Sempre più istituzioni artistiche vi prendono parte, rendendo Vienna un punto di scambio nel panorama artistico, creando una sorta di crocevia tra Est e Ovest”.

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Infatti, per la sua posizione geografica, Vienna è realmente il punto d’incontro tra le diverse correnti culturali provenienti da oriente e occidente.

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Grazie alle sue solide tradizioni artistiche la capitale austriaca può aspirare a diventare quel collante che unifica e aggrega anime diverse in un tutto organico, di matrice europea.

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“Grazie a questa fiera, negli ultimi due anni, il ruolo di Vienna nel panorama artistico internazionale è diventato molto più importante e sempre più riconosciuta la sua funzione di ponte tra occidente e oriente -racconta Christina Steinbrecher-Pfandt, Direttore artistico della Vienna Contemporary- Ha richiesto sforzi notevoli far crescere sempre di più la qualità dell’arte di tutti gli espositori. Si verifica di frequente, infatti, che vi siano non solo molte gallerie del Centro ed Est Europa, ma anche svariate gallerie austriache e internazionali che abbiano, nella loro offerta, opere di artisti provenienti dai Paesi della CEE”.

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Quali sono i tre aggettivi con cui descriverebbe la Vienna Contemporary 2016? “Fresca, eccitante, sexy” rilancia Christina.

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Focus Ex-Yugoslavia e Albania

Il fulcro dell’edizione 2016 della Vienna Contemporary, infatti, accende i riflettori sui Paesi della ex Yugoslavia e sul Sud-est Europa. Nelle giovani repubbliche dell’Europa orientale, sorte dalle ceneri dell’ex regime sovietico, ancora fragili ma fortemente determinate nel loro percorso verso la democrazia, hanno giocato un ruolo chiave nella diffusione dell’arte contemporanea istituzioni indipendenti.

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“Il Laboratorio d’Arte di Tirana, ad esempio, è stato essenziale in Albania per le nuove generazioni di artisti -mi spiega la Direttrice Adela Demetja, che ha curato anche questa sezione della fiera- Nell’Ovest la scena artistica alternativa si è imposta come il risultato del rifiuto del mercato dell’arte. Nella regione dell’Est e Sud-est Europa il mercato dell’arte non esisteva e le istituzioni statali non supportavano i giovani artisti”. La sezione comprende tre artisti per ciascun Paese,di tre generazioni: uno affermato, uno emergente, uno rilevante negli anni ’90 e con una posizione ancora significativa, tutti esposti assieme, in un unico spazio espositivo di 100 metri quadrati.

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100 mq. di open space sull’Europa Orientale

Colpisce l’interessantissima installazione dell’artista serba Slavica Obradović, del collettivo artistico Šok Zadruga, Schock Collective. Ironia, materiali moderni e colori accesi, per un’opera senza titolo che esprime però tutto il male di vivere dell’uomo del nostro tempo.

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C’è Damir Očko, dell’Apoteka Space for Contemporary Art, figura affermata nel panorama artistico croato, che ha realizzato il padiglione della Croazia alla Biennale di Venezia lo scorso anno. Inconsueto il contrasto per le artiste chiamate a rappresentare l’Albania: tradizione e tecniche contemporanee a confronto.

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La 23enne Aurora Kalemi, per esprimere la sua arte, “si riappropria di un mezzo ancorato al passato come la pittura, abbandonata dal 1990 in poi, perché vista come espressione del socialismo” mi racconta Adela Demetja. Mentre Lumturi Blloshmi, nata nel 1944, usa la tecnica fotografica per il suo Menu Kamasutra.

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Un lavoro composto da molteplici scatti, creato mentre l’artista cucinava un piatto a base di rane. L’azione del mescolare e rigirare la pietanza, crea l’effetto ironico delle foto: un kamasutra di rane rosolate in padella. Non mancano foto d’impostazione più classica, in bianco e nero, oppure dipinti su tela, per così dire destrutturati, quasi a demistificare l’arte e i suoi meccanismi.

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Ogni opera dialoga con le altre, ma tutte insieme formano, a seconda della prospettiva dalla quale vengono osservate, un unicum. Spostandosi, cambiano rimandi e significati.

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Zone 1

Nella cosiddetta “Zone 1” si concentrano le giovani promesse della scena artistica austriaca. Si spazia dall’astratto, all’iperrealista concettuale. L’attenzione non può non cadere sulle sculture di Evelyn Loschy, della galleria Michaela Stock.

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Queste creazioni si muovono, animate da meccanismi ed energia. “Nella mia ricerca ciò che mi interessa è la distruzione e l’autodistruzione -mi spiega Evelyn- Ma sono anche interessata ai livelli molteplici del potere distruttivo espresso dai miei lavori”. Carezze che possono diventare schiaffi, talmente forti da distruggere.

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Pupazzi gonfiabili che, in un eterno insufflare d’aria, possono forse alla fine anche scoppiare. “Una stessa opera può spaventare, o creare un senso di disagio, ma c’è chi può addirittura trovarla divertente e ironica -dice Evelyn- Per me è il massimo della soddisfazione poter suscitare sentimenti così contrastanti con la mia arte”.

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Labirinto di tela

Sempre nella Zone 1, incontro Salvatore Viviano, italiano, gallerista di Vienna. Mi illustra il lavoro dell’artista Stefan Reiterer, 28 anni, austriaco, il primo a esibirsi della scuderia di One Work Gallery. Caratteristica della galleria di Salvatore Viviano è quella di mostrare un artista alla volta, qui in fiera uno al giorno, lasciandogli interamente a disposizione la scena.

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Ama giocare con lo spazio, Stefan, “18 mq. di tela dipinta con colori ad olio -descrive Salvatore- Dietro, illuminato da una luce, c’è un piccolo olio su carta, applicato su legno”.

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I giochi spaziali di Stefan Reiterer creano nuovi anfratti, nuovi ambienti esplorabili e percorribili, che presuppongono la partecipazione attiva del pubblico.

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“Si tratta di una stanza dentro l’altra, uno spazio creato attraverso l’uso di questa tela di grandi dimensioni dipinta. I colori e i segni tracciati sulla tela hanno solo una valenza architettonica -racconta Stefan- Ho creato un corridoio nel quale si può camminare. Fa parte di una serie dal titolo Texture Mapping”. Una sorta di labirinto, un gioco antico, praticato da cortigiani e aristocratici per ingannare il tempo, che oggi rivive come architettura che gioca con lo spazio, riscrivendolo.

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Taiwan, tra science fiction e istanze cyber-punk

Mi affascina lo stand della Liang Gallery di Taiwan. Video-arte con un riferimento all’immaginario inquietante di Tetsuo The Iron Man, il film horror giapponese del 1989. Abbiamo in mostra una sola artista, Chen I-Chun, 35enne, utilizza il linguaggio della video-arte, con uno stile cyber-punk” mi dice la gallerista Wei-Chen TU. Molto forte è la sua ispirazione ai romanzi di Philip Dick, soprattutto “Do Androids Dream of Electric Sheep?” da cui è stato tratto il film Blade Runner nel 1982.

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I lavori esposti qui a Vienna Contemporary sono degli ideali capitoli di questa narrazione ispirata alla science fiction di Dick. “L’artista predilige parlare della società di Taiwan, dei suoi meccanismi. Si sofferma soprattutto ad analizzare le condizioni delle classi meno abbienti -sottolinea Wei-Chen TU- Scandaglia la classe lavoratrice e subisce anche molto l’influenza dell’industria IT, così sviluppata e presente a Taiwan”.

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Accattivante un’opera che si rifà ai cartoni animati giapponesi. Chen I-Chun ha messo in atto un’ideale decostruzione dei personaggi. Nei loro volti, senza tratti somatici, ridotti a sagome vuote, si possono vedere scorrere dei video.

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Potrebbe essere l’idea di un universo alternativo, con personaggi che sembrano essere senza volto, sconosciuti. Molto rappresentati, da Chen I-Chun, sono gli strati sociali più bassi, quei lavoratori che fanno fatica a sopravvivere e che per non soccombere devono faticare moltissimo a Taiwan.

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