Cioccolatini e Mar dei Caraibi

Lo scandalo dei Paradise Papers, un nuovo capitolo dei Panama Papers, non risparmia neppure l’Austria. Cosa lega un cioccolatino alle isole caraibiche? Lo scopriremo tra poco. Dopo Apple e Nike, famiglia reale britannica, Casa Bianca e Cremlino, sarebbero coinvolti nomi famosi dell’imprenditoria austriaca, come la famiglia Meinl, o l’investment banker Wolfgang Flöttl, implicato nelle vicende di ingenti ammanchi di somme della banca austriaca Bawag negli anni ’90. Inoltre anche compagnie come la petrolchimica Sibur, con sede a Vienna, una delle realtà industriali più importanti del’Austria, che ha legami strettissimi sia con Vladimir Putin, sia con Wilbur Ross, l’ex finanziere statunitense, alla guida del Ministero per il Commercio nella presidenza Trump. 1.4 terabyte di dati, 13,4 milioni di file, analizzati da 382 giornalisti di 67 diversi Paesi. Falter e ORF sono i media austriaci dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), chiamati a condividere il lavoro di ricerca giornalistica per l’Austria. Il sistema con cui si evade il fisco è quello di scatole cinesi, ossia la creazione di una serie di società offshore che fanno rimbalzare di Paese in Paese business dislocati altrove, fino a giungere nei paradisi fiscali caraibici per eludere il regolare pagamento delle tasse.

È il caso di uno dei marchi che fa capo alla famiglia Meinl, nota soprattutto per il caffè e per la gastronomia e anche per i caratteristici cioccolatini Schwedenbomben (Bombe svedesi). Bon bon che un tempo appartenevano alla Niemetz, finita in bancarotta nel 2013, acquisita poi dalla svizzera Heidi Chocolat, che fa parte dell’impero della Meinl. Ma come può un cioccolatino acquistato in Austria avere a che fare con i Caraibi? E soprattutto, come può il semplice acquisto di quel cioccolatino in Austria generare illeciti fiscali? Scopriamo insieme quale sia il meccanismoContinua a leggere

Il verde Pilz, ribelle o molestatore?

Lo scandalo delle molestie sessuali si allarga a macchia d’olio. Dopo Stati Uniti, Inghilterra, Francia, coinvolge anche l’Austria. A cadere è la testa di Peter Pilz, fondatore della Liste Pilz ed ex leader dei Verdi, il ribelle artefice della scissione dei Grünen. Peter Piilz prima annuncia le sue dimissioni, poi ci ripensa e si riserva di decidere nelle prossime 48 ore se rinunciare o meno al suo seggio in Parlamento. Tutto inizia con le accuse di abusi sessuali che gli muove un’esponente del Partito Popolare europeo, pubblicate dal settimanale Falter. L’episodio è accaduto nel corso del Forum europeo Alpbach, nel 2013. La giovane donna racconta di un Pilz visibilmente alticcio, che le mise le mani dappertutto, finché altri due partecipanti non lo trascinarono via, consentendole di divincolarsi. “Le accuse sono gravissime e le prendo molto seriamente -ha inizialmente dichiarato Peter Pilz contestualmente all’annuncio delle sue dimissioni- Ho sempre combattuto perché venissero applicati standard rigidi, adesso questi criteri devono essere applicati anche a me”.

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Il racconto della giovane dell’ÖVP europeo è molto dettagliato. Dice di essere stata colta di sorpresa. “Prima mi ha afferrato un braccio, poi con l’altra mano mi ha toccato il collo, il seno e infine i glutei. Il suo viso era così vicino e tutto è avvenuto così in fretta”. La descrizione di quei momenti si arricchisce di nuovi inquietanti particolari: “Non potevo muovermi, non riuscivo a respirare, non riuscivo a divincolarmi, anche perché mai mi sarei aspettata di essere toccata con così tanta aggressività ad una convention politica”. Pur non ricordando il fatto, in presenza di testimoni, Pilz non ha potuto che chiedere scusa e fare un passo indietro dalla politica, anche per potersi difendere, annunciando di voler intentare azioni legali. Ma è qui che la vicenda si complica. Se nel weekend Pilz dice di voler rimettere il suo mandato e di rinunciare al suo seggio, inspiegabilmente, stamattina cambia idea. Nei giorni scorsi Pilz sembrava aver fatto timide ammissioni, asserendo di aver forse equivocato e usato maniere inappropriate, pur negando decisamente qualsiasi molestia sessuale. Oggi, però, sostiene di essere oggetto di un attacco politico e di non essere più così sicuro di voler abbandonare il seggio nel Consiglio Nazionale. Parteciperà quindi all’insediamento del nuovo Parlamento in programma giovedì prossimo? Unica certezza: continuerà a sostenere il suo partito, Liste Pilz, una lista che porta il suo nome e che è nata in seguito alla scissione dai Grünen. Intende continuare a dare il suo appoggio, anche se dall’esterno, in questa delicata fase di transizione per il suo partito. La Liste Pilz ha infatti guadagnato 4 seggi alle elezioni dello scorso 15 ottobre, mentre i Verdi non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 4%. Ma quelle della giovane dei Popolari europei, non sarebbero le uniche accuse di molestie sessuali per Peter Pilz. Scopriamo quali altri abusi vengono attribuiti all’ex leader dei GrünenContinua a leggere

Trudeau, io diverso da Kurz

Il Premier canadese Justin Trudeau ha espresso un giudizio molto critico sul futuro Cancelliere austriaco Sebastian Kurz. “Ho ancor meno punti in comune con lui di quanti non ne abbia con il Presidente Trump” (“I disagree with him even more than I think I disagree with President Trump”) avrebbe detto, senza però fornire ulteriori dettagli al riguardo. Il Premier del Canada stava partecipando a una conferenza di Google sull’intelligenza artificiale e ha risposto a una domanda che gli è stata posta sul giovane leader dell’ÖVP, che si avvia a diventare nelle prossime settimane il nuovo Cancelliere dell’Austria e il premier più giovane del mondo. Nella campagna elettorale che lo ha visto vittorioso, Kurz ha fatto della sua intransigenza sulle politiche dell’immigrazione e sui richiedenti asilo i suoi cavalli di battaglia, manifestando a tratti posizioni persino più radicali di quelle di Heinz-Christian Strache, leader dell’FPÖ. Forse è proprio per questo motivo che Trudeau ha tenuto a rimarcare le differenze tra il suo modo di fare politica, inclusivo e tollerante, ponendo una netta cesura tra sé e ogni forma di chiusura di stampo populista.

Prima di manifestare la sua profonda distanza da Sebastian Kurz, infatti, Justin Trudeau ha anche criticato in modo deciso la politica di Donald Trump in materia di immigrazione e commercio. E quasi a voler rimarcare la differenza sostanziale tra il suo modo di fare politica e quello del Presidente americano, ha aggiunto che il Canada è un Paese di successo proprio grazie alla sua apertura. Ovviamente, ha sottolineato Trudeau, anche in Canada esistono preoccupazione e intolleranza, come accade in ogni società, ma quello che fa la differenza è che il suo Paese abbia deciso, con consapevolezza, di voler andare nella direzione opposta. Scopriamo le differenze di look tra Trudeau e KurzContinua a leggere

Un governo sotto l’albero?

Nel giorno della festa nazionale il Presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen fa un augurio all’Austria. Che il nuovo governo, espressione del Parlamento appena eletto, possa formarsi per Natale. Un po’ come un bel dono, come una sorpresa sotto l’albero. Nel celebrare la “bellezza della democrazia austriaca” e la sua neutralità, Van der Bellen enfatizza anche la “volontà di cambiamento” che gli austriaci hanno chiaramente espresso con il risultato delle elezioni del 15 ottobre scorso. Un desiderio di cambiare che vede la sua realizzazione proprio nei colloqui attualmente in corso e iniziati a partire dal 25 ottobre, volti a dare vita alla nuova coalizione. Il fatto che “qualcosa stia già cambiando è anche perché voi, cari austriaci, avete preso una simile decisione, che è ciò che dà significato e bellezza alla nostra democrazia” ha sottolineato il Presidente della Repubblica al suo debutto nelle celebrazioni per la festa della nazione.

Peter Lechner/HBF

A un debutto corrisponde un addio per il Cancelliere Christian Kern, che si avvia ad essere il leader dell’opposizione, e per Hans Peter Doskozil, anch’egli socialdemocratico e in carica come Ministro della Difesa nell’esecutivo dimissionario. Un governo, quello auspicato da Van der Bellen, che abbia come requisito fondamentale, un’incondizionata adesione all’Unione europea. Su questo punto egli sembra irremovibile: dovrà essere un governo pro Ue, a favore di un impegno serio in Europa. Questa è la principale condizione della Presidenza della Repubblica.

Peter Lechner/HBF

Gli fa eco il Cancelliere Kern che, nel sottolineare il senso profondo di comunità, che contraddistingue l’Austria rendendola forte, dichiara: “l’Europa è il nostro futuro”. Solo stando insieme agli altri Paesi membri dell’Ue è possibile assicurare all’Austria sicurezza, salvaguardia dell’ambiente e del clima e far fronte ai problemi conseguenti alla globalizzazione, ha detto Kern. Se è importante che la volontà di cambiamento debba essere assecondata, con l’entrata nell’esecutivo di quei partiti che hanno riportato un successo elettorale, ovvero con l’ingresso nella coalizione oltre all’ÖVP di Kurz, anche dell’FPÖ di Strache, è altrettanto vitale sancire ciò che, al contrario, non debba essere minimamente modificato. Anche su questo Van der Bellen è perentorio: “la costituzione austriaca, il rispetto fondamentale dei diritti umani e i diritti delle minoranze”, come anche la solidarietà e l’empatia, che fanno il paio con un sì deciso e netto alla “cooperazione in Europa”, non sono suscettibili di alcun tipo di modifica. Sapranno fare tesoro di queste raccomandazioni presidenziali Sebastian Kurz e Heinz-Christian StracheContinua a leggere

La paura fa 90, anzi 57%

La paura ha dominato le elezioni austriache, provocando una netta sterzata a destra. Due terzi dell’Austria, ossia le aree rurali, montane e i piccoli centri si sono schierati con Sebastian Kurz e Heinz-Christian Strache. In quelle porzioni di Paese l’ÖVP ha toccato punte del 38%. Nelle grandi città, prima fra tutte la capitale Vienna, e nelle aree urbane hanno vinto i Socialdemocratici, che qui hanno ottenuto il 33,3% dei voti. Anche i liberali di NEOS raggiungono il 6,2% proprio nelle aree cittadine. Da notare però, che l’ÖVP conquista due distretti viennesi: il primo e il 19esimo. Non è un caso che i quartieri più ricchi della capitale diano il sostegno al giovane leader popolare. L’affluenza alle urne è stata dell’80% e ha registrato un incremento di 5,09 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2013. Un dato di affluenza da record. Si tratta, infatti, del secondo incremento più consistente di sempre nella storia della Repubblica austriaca. 

Incredibilmente le regioni che sono state meno colpite, se non addirittura per niente sfiorate dal fenomeno dei rifugiati, hanno aderito a quei partiti, Popolari e ultradestra, che dell’immigrazione hanno fatto il proprio cavallo di battaglia, promettendo una stretta e minacciando chiusure, muri, controlli. In stati quali il Burgenland, letteralmente sommerso da ondate massicce di migranti provenienti dalla rotta balcanica, i Socialdemocratici perdono dei voti, ma rimangono il primo partito. Lo stesso è accaduto a Vienna, dove non sono mai cambiate le politiche di accoglienza verso gli immigrati e dove non vi sono stati tagli ai sussidi per rifugiati e richiedenti asilo. Le dinamiche elettorali sembrano simili a quelle delle elezioni in Germania, dove i Länder con meno migranti hanno visto il successo della destra radicale. Insomma, chi non ha subito in prima persona il fenomeno migratorio, chi non ha sperimentato sulla propria pelle i problemi di una stretta convivenza con gli immigrati, chi non ha avuto contatti con i rifugiati si è chiuso a riccio e ha aderito alla linea dura in materia di immigrazione. Ma cosa vuol dire tutto questo? Che la sinistra deve ricominciare a fare la sinistra, senza rincorrere sul suo stesso terreno la destra, come sostengono alcuni? Oppure, il fatto che oggi in Austria esista solo un centrosinistra e che, una vera sinistra sia di fatto sparita con l’uscita dal Parlamento dei Verdi, indica che la proposta di sinistra in questo momento storico non ha alcuna presa sull’elettorato? Oppure l’Austria rende ancor più evidente che l’ondata di populismo che dilaga in Europa oggi è di fatto inarrestabile?

Alla fine le elezioni austriache consegnano un Paese fortemente diviso, tra aree metropolitane e aree rurali. Un Paese che vede protagoniste tre grandi forze politiche: ÖVP, SPÖ, FPÖ. Non bisogna però perdere di vista che due dei tre grandi partiti austriaci sono di stampo conservatore. Ciò che emerge dalle elezioni in Austria è che la paura fa 90, anzi, quasi il 60%. Il 57% per l’esattezza. La vera vincitrice è stata la paura, perché è più facile cavalcarla che combatterla. Il vero mostro che minaccia l’Unione europea è rappresentato dalla paura del diverso associata a ignoranza e povertà. Se c’è una lezione da trarre per i Socialdemocratici austriaci, per i Verdi, per la Liste Pilz e per l’Europa è che fin tanto che vi saranno sacche di popolazione che vivono nell’arretratezza, nella recessione, nel disagio, isolate da chi, invece, ha più strumenti critici e mezzi economici, a trionfare sarà sempre la paura. E la paura si sa, divide, distrugge.  Continua a leggere

L’Austria svolta a destra

L’Austria svolta a destra. Si colora quasi interamente di turchese e di blu. Vienna e poche altre zone sparse restano rosse. Scompare il verde. In soli cinque mesi di campagna elettorale il giovane Sebastian Kurz porta l’ÖVP alla vittoria. La platea del quartier generale dei Popolari è gremita di giovani, che lo acclamano come se fosse una rock star. Un tifo da stadio, con urla, cartelli, telefonini branditi a caccia di uno scatto con il volto del loro leader. Il Kursalon Hübner è tutto turchese. Campeggia, enorme, la scritta Danke! (Grazie!).

Si presenta in anticipo, poco dopo la prima proiezione, perché tutto appare chiaro da subito. I primi dati reali, sui voti effettivamente scrutinati, lo danno immediatamente al 31%. Ringrazia tutti. Lo fa per vari minuti, mentre la platea in visibilio inneggia al giovane condottiero 31enne, artefice del miracolo. Il Partito Popolare era una forza stanca e priva d’identità, appiattita da dieci anni di Große Koalition accanto al Partito Socialdemocratico. Il giovanissimo Kurz ha saputo infondere nuova linfa  vitale, ottenendo così una netta vittoria. A lui va il merito di aver riavvicinato alla politica tantissimi giovani. Il clima è festoso al quartier generale, l’entusiasmo cresce, tra musica pop ad alto volume e Bratwurst e Semmel. Il discorso del 31enne futuro Cancelliere, però, non ha avuto i toni estremisti usati in campagna elettorale.

“Non è una vittoria contro qualcuno, abbiamo fatto vincere un nuovo modo di fare politica. Sarà nostro compito portare una nuova cultura politica per rilanciare il Paese e cambiarlo -ha detto Sebastian Kurz- In cinque mesi abbiamo ottenuto un risultato straordinario, una vittoria storica, ma c’è ancora molto da fare”. Insomma, dopo aver cavalcato temi dell’ultradestra, incartandoli con una tranquillizzante carta turchese, Wunderwuzzi rassicura, stempera gli animi. Lavorerà sodo per gli austriaci e per l’Austria, che certamente verrà prima di tutto.  Continua a leggere

Elezioni, un tatuaggio per vincere?

La vittoria di Sebastian Kurz alle elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento in Austria sembra essere sicura. Sempre che i sondaggi che lo danno al 33% siano attendibili. Ma sarà davvero così? Negli ultimi tempi le società di ricerca non hanno elaborato dati che rispecchiassero il reale orientamento dell’elettorato. Vista la presenza di tre grandi partiti e la sensibile crescita dell’FPÖ, registrata negli ultimi due anni, difficilmente vi sarà una forza politica che riuscirà ad avere un’ampia maggioranza, tale da poter governare da sola. Lo scenario del post elezioni è quindi molto fluido e le combinazioni di colori contengono più variabili del previsto. In un primo tempo sembrava certa la coalizione nero-blu, tra Partito Popolare e Partito della Libertà. Alla Cancelleria il 31enne Kurz, a capo del nuovo ÖVP, trasformato in una sorta di movimento costruito attorno al suo giovane e ambizioso leader, e al suo fianco Heinz-Christian Strache, come Vice-Cancelliere. Un’ipotesi che vedrebbe i Socialdemocratici all’opposizione, in un ruolo che consentirebbe loro di riguadagnare la fiducia di un elettorato demotivato. Eppure dopo i recenti duelli televisivi sono molti i dettagli non trascurabili emersi che potrebbero sparigliare le carte.

Da un lato c’è Strache sorpassato a destra dal rampante Wunderwuzzi. Dall’altro c’è il Partito Socialdemocratico che sarebbe in crescita, malgrado l’affaire Silberstein, tanto da poter riservare sorprese. Sebastian Kurz ha cavalcato, facendoli propri tutti i temi dell’ultradestra, inserendoli però all’interno di quell’involucro rassicurante che è l’ÖVP, che seppur svuotato del vecchio, resta un porto sicuro per quegli austriaci che sarebbero tentati di votare per Strache, ma che in fondo ne hanno anche paura. Kurz ha parlato alla pancia del Paese, fin da quando era solo Ministro degli Esteri, come se già fosse in una perenne campagna elettorale.

Così facendo, a poco a poco, ha cannibalizzato l’elettorato dell’ultradestra, dando linfa vitale ad un partito, quello dei Popolari, che era da anni agonizzante. Un sorpasso a destra talmente devastante che negli ultimi giorni l’FPÖ ha messo in circolazione uno spot molto efficace con un giovane che va da un tatuatore per avere sulla schiena il volto del leader Sebastian Kurz. Il tatuatore, sornione, gli fa un tatuaggio con i volti di tutti i leader del’ÖVP, compreso Kurz, perché se anche si subisce il fascino del leader 31enne e anche se l’involucro apparentemente è cambiato, non ci si deve far abbindolare, non ci si deve dimenticare che si vota per il solito ÖVP. A dirlo è uno Strache nella sua forma migliore. Uno spot girato molto bene e perfettamente costruito, sebbene usi un umorismo tipicamente austriaco. Potrà un tatuaggio cambiare le sorti delle elezioni? Vediamo lo spot e quali e quante sono le possibili alleanze post elettoraliContinua a leggere

Scandali, Facebook, dark post

Le elezioni austriache del prossimo 15 ottobre saranno le più incerte di sempre. Scandali, Facebook e dark post gli ingredienti dell’infuocata campagna elettorale. Appare difficile che un singolo partito possa ottenere una maggioranza netta che gli consenta di governare da solo. Sarà necessario dare vita a una coalizione e le combinazioni non sono infinite. La più probabile è una coalizione nero-blu, tra Partito Popolare e Partito della Libertà, anche perché lo scandalo del cosiddetto “caso Silberstein” ha colpito duramente i Socialdemocratici, gettando ombre sulla dirigenza del partito. L’affaire Silberstein, vede protagonista l’ex consulente dell’SPÖ Tal Silberstein, che avrebbe destinato parte del compenso per la sua attività di consulenza per foraggiare alcuni siti che hanno fatto su Facebook un’acerrima campagna per screditare il leader dei Popolari Sebastian Kurz, dato in vantaggio da tutti i sondaggi.

Pagine Facebook che avrebbero usato metodi scorretti, commenti anti-semiti, un linguaggio molto pesante per ordire una campagna demolitoria nei confronti del Wunderwuzzi, il jolly tuttofare, l’uomo nuovo del nuovo ÖVP. Questa “dirty campaigning”, questa campagna elettorale che gioca sporco, è avvenuta senza che il Partito Socialdemocratico ne sapesse nulla, soprattutto a totale insaputa del Cancelliere Christian Kern, che pure dei Socialdemocratici è il leader. Estraneità dei vertici dell’SPÖ più volte ribadita anche da Silberstein e dal suo stretto collaboratore Peter Puller. Emergono però inquietanti particolari: l’ÖVP avrebbe offerto 100.000 euro a Peter Puller perché svelasse particolari riguardo alla campagna elettorale e alle strategie dei Socialdemocratici e avrebbe anche brigato per assoldarlo come informatore. Il Partito Popolare nega le accuse, sul fronte opposto il Partito Socialdemocratico quantifica i danni economici in 131.250 euro, mentre quelli politici sembrano al momento incalcolabili. Cerchiamo di capire meglio tutti i contorni dell’intricatissimo “affaire Silberstein”, che il Partito socialdemocratico potrebbe pagare a caro prezzo, con una debacle elettoraleContinua a leggere

Minniti, meno diffidenza con l’Austria

Le elezioni politiche austriache del 15 ottobre si giocheranno soprattutto sulla questione dell’immigrazione. È questa la ragione per cui quest’estate è stata più volte paventata la chiusura del Brennero e sempre per ragioni elettorali l’Austria ha cercato di non assorbire la propria quota di rifugiati, così come stabilito dal sistema di ricollocamento dell’Unione europea. Sempre questo il motivo per cui pochi giorni fa il Ministro della Difesa, il socialdemocratico Hans-Peter Doskozil, soprannominato da alcuni il cavaliere nero dell’SPÖ, ha lamentato il fatto che la rotta balcanica ad oggi non sia completamente sigillata. Secondo Doskozil migliaia di migranti sarebbero penetrati in Austria passando da Serbia, Bulgaria e Romania attraverso la Slovacchia.

Sempre per ragioni legate alla campagna elettorale Sebastian Kurz, leader del Partito Popolare, continua a proporre le sue soluzioni per arginare l’afflusso di migranti, chiedendo che dopo quella balcanica, venga chiusa anche la rotta del Mediterraneo. Ho incontrato il Ministro dell’Interno Marco Minniti, a margine della premiazione dei due atleti della Polizia di Stato, Manila Flamini e Giorgio Minisini, vincitori dell’oro nel Sincronizzato ai Mondiali di Nuoto di Budapest con “A scream for Lampedusa”. Una premiazione avvenuta nell’ambito del torneo sportivo “La Sfida”, un’iniziativa per la raccolta di fondi a favore del Consiglio Italiano per i Rifugiati. Proprio sull’immigrazione, sulla crisi dei rifugiati e nell’ottica dei rapporti con l’Austria, ho chiesto a Marco Minniti cosa stia facendo l’Italia per far ascoltare di più la propria voce in sede europea proprio in materia di immigrazione. “Penso che in quest’ultimo periodo ci ascoltino di più in Europa. Abbiamo finalmente rotto un muro di diffidenza” dice il Ministro Minniti, esprimendo visibile soddisfazione.  Continua a leggere

Austria, una vittoria scontata?

A meno di tre settimane dal voto resta saldamente in testa ai sondaggi Sebastian Kurz, il 31enne leader dei Popolari. È lui, “Wunderwuzzi”, il “jolly tuttofare”, “l’uomo che cammina sull’acqua”, il giovane dalle doti messianiche, l’uomo capace, dopo anni di smarrimento, di riportare l’ÖVP a dominare la scena politica austriaca, accreditandolo al 33%. Occhi azzurri, capelli tirati indietro, orecchie a sventola, abito slim fit e camicia senza cravatta, con il primo bottone rigorosamente sbottonato, sarà lui a riportare l’ultradestra al governo?

Dopo l’investitura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e il recente risultato delle elezioni in Germania gli austriaci mostrano di avere un certo timore degli estremi. Così Sebastian Kurz potrebbe essere proprio l’uomo giusto al momento giusto. A nulla è servita la dote personale di gradimento di cui gode il Cancelliere Christian Kern, che non è riuscito a trasformare i consensi personali in fattore di crescita per il suo partito. I Socialdemocratici, infatti, sono rimasti indietro rispetto al Partito Popolare. Ad oggi l’SPÖ è aumentato solo di un punto percentuale, attestandosi al 26%.

Terzo partito, ma a distanza minima, l’FPÖ di Hans-Christian Strache fermo al 25%. Una campagna elettorale non felice per il Partito della Libertà, che ambiva al sorpasso e alla guida del Paese ed è stato invece cannibalizzato dall’effetto novità di Sebastian Kurz. Il Partito della Libertà era l’uragano da scongiurare, invece si è trasformato in una tempesta piuttosto contenuta. Per riconquistare la scena e attirare l’attenzione l’FPÖ ha tappezzato le periferie di Vienna con cartelloni che rispolverano i temi originari: dalla paura nei confronti degli immigrati, all’angoscia per una possibile islamizzazione dell’Austria, alla perdita di privilegi e benessere da parte degli austriaci. Per riguadagnare consensi Strache si è servito di una strategia tipicamente anglosassone, quella della pubblicità comparativa, poco usata in Europa. Una manovra calcolata, oppure una mossa disperata per cercare di non essere messo all’angolo? Il giovane rampante Kurz ha fatto propri toni e slogan del Partito della Libertà, cavalcandoli con grande abilità, tanto da far apparire Strache un’ombra sbiadita, relegandolo a un ruolo marginale, ridimensionandone persino le ambizioni.

Dichiara di essere pronto a fare il Vice-Cancelliere, Hans-Christian Strache, svendendo le proprie aspirazioni per una coalizione nero-blu, per poter diventare forza di governo. Un governo, però, guidato non da lui, bensì dall’arrembante Sebastian Kurz. Ma sarà davvero così? I sondaggi saranno attendibili? Proporsi come il Macron austriaco farà davvero vincere Kurz? Giovinezza e novità, avranno la meglio su autorevolezza ed esperienza? O forse il trionfo del leader dei Popolari sarà superiore a ogni più rosea aspettativa? Scopriamo insieme i nuovi manifesti della campagna elettorale di Strache, tutti giocati sul confronto, soprattutto con l’amico-nemico KurzContinua a leggere