Il velo dello scandalo

Il Presidente Federale Van der Bellen ha fatto una dichiarazione shock. “Tutte le donne dovrebbero indossare il velo per solidarietà” una frase estrapolata da un’intervista trasmessa dalla tv pubblica austriaca ORF, che ha scatenato un acceso dibattito su quotidiani e social media. Il velo della discordia, a giudicare soprattutto dalle reazioni degli austriaci sul web. Parole che suonano per molti come un invito buonista che non può portare nulla di positivo, pronunciate in un momento storico nel quale sembra consumarsi un durissimo scontro fra civiltà, tra Occidente e Oriente, tra Cristianesimo e Islam

Parole che, per molti austriaci e per i partiti politici di opposizione, possono solo portare all’inevitabile perdita dei valori cristiani e dell’identità occidentale. Inoltre, sono tanti coloro che vedono una certa schizofrenia tra governo e presidenza. Una netta discrepanza tra le posizioni del Ministro degli Esteri Sebastian Kurz, che proibisce ovunque il velo integrale e l’hijab per chi ricopra incarichi nella pubblica amministrazione, in nome della laicità dello stato, e chi, come il Presidente Alexander Van der Bellen, incita a solidarizzare con usi e costumi religiosi alieni alla società austriaca. 

Ma erano davvero queste le intenzioni del Presidente della Repubblica? Oppure, al di là di quanto asserito nell’intervista televisiva, occorreva leggere tra le righe e comprendere che il messaggio era un altro?  Continua a leggere

Donne del Gujarat

Una mostra fotografica piena di colori, come solo l’India sa regalare. Immagini piene di poesia, che catturano in un istante i sentimenti e la vita segreta delle donne del Gujarat. Livia Comandini, fotografa friulana, ha raccolto i suoi scatti nel corso di un viaggio di circa tre settimane, alla scoperta di questo stato, situato all’estremità nord-occidentale del subcontinente indiano. Poco meno di 200.000 chilometri quadrati, con ben 1.600 chilometri di coste affacciate sul Mare Arabico, e 60 milioni di abitanti, prevalentemente di religione Hindu. Un luogo carico di storia e di siti sacri. Le donne del Gujarat si mostrano con i loro vestiti di seta impalpabile, con i loro monili, fermate in momenti della loro quotidianità, fatta di lavoro e famiglia. Nelle foto della Comandini sono racchiuse intense emozioni, si disvelano piccole storie e mondi sconfinati. Particolarmente suggestivo l’allestimento curato a Vienna dall’artista, regista e performer Monica Giovinazzi, nell’Associazione culturale Rotehaare. Nello spazio arredato dalla creatività di Monica Giovinazzi, le donne ritratte dalla Comandini fluttuano nell’aria, come sospese, angeli dai colori sgargianti, creature gentili che popolano una natura aspra e primordiale. Quei volti che ondeggiano, ridisegnano la spazialità, creando la magia di un incanto, prodotto da un gioco di segrete corrispondenze tra sguardi e anime. Lo spettatore, addentrandosi in quel labirinto di visi più o meno segnati dal tempo, viene come avvolto in un abbraccio, accarezzato da sorrisi rubati e dal lampo di iridi illuminate da un’energia straordinaria.

 

“Il Gujarat è una regione dell’India particolare, dove sono presenti molte etnie -mi racconta la fotografa Livia Comandini– Non sono una studiosa, ma mi incuriosisce andare alla ricerca delle minoranze etniche. Mi piace incontrarle e tentare di documentarle. Nel Gujarat poche donne portano il sari. Hanno modi e vesti diverse da quelle di altre parti dell’India”. Ora la mostra viennese si sposta in Italia. Donne del Gujarat sarà in Friuli Venezia Giulia, a Lestans di Sequals, in provincia di Pordenone, nelle stanze della Villa Savorgnan, a partire dal 25 aprileContinua a leggere

Jihad sotto il velo

Il fenomeno jihadista si allarga a macchia d’olio. La radicalizzazione non conosce barriere sessuali. In Austria, infatti, sono 59 le donne diventate jihadiste, pronte ad andare a combattere in zone di guerra come Siria e Iraq, unendosi alle milizie dell’ISIS. Ben 59 donne su un totale di 280 foreign fighter austriaci. Di questi 89 hanno fatto ritorno in Austria e 13 di essi sono donne. Polizia e intelligence hanno impedito che ne partissero 50 per Siria e Iraq, 22 dei quali sono donne. In pratica il 21% dei simpatizzanti dell’ISIS è costituito da donne. Una percentuale tutt’altro che marginale, non solo rapportata alla popolazione austriaca, ma anche se paragonata a Paesi come ad esempio il Belgio, che pur avendo un numero di foreign fighter tra i 420 e i 516, nettamente superiore all’Austria, ha una percentuale di donne tra i simpatizzanti di Daesh del 17%. I dati austriaci finora disponibili fotografano la situazione alla fine di agosto 2016. Secondo gli esperti esistono motivi specifici per i quali il mondo femminile sarebbe così attratto dalla propaganda di Daesh e occorre escogitare adeguate contromisure, per prevenire un incremento di donne radicalizzate e potenziali jihadiste.

 

“Il problema in Austria è ancora relativamente di piccole dimensioni se paragonato a Francia, Belgio, o altri Paesi europei -mi dice il Prof. Rüdiger Lohlker della Facoltà di Studi Orientali dell’Università di Vienna– È un problema che va affrontato seriamente, ma non ha ancora assunto una connotazione tale da ingenerare panico nell’opinione pubblica. La questione dell’ambiente radicalizzato, nel quale si diffonde l’Islam indentitario è un problema sociale ben più grande. In Austria non vi sono numeri scioccanti, ma si ha la prova che le donne possono essere stupide tanto quanto gli uomini. E che non sempre l’universo femminile rappresenta la parte pacifica dell’umanità”. Anche Germania e Regno Unito hanno un consistente numero di foreign fighter e simpatizzanti dell’ISIS. Però, se sempre più donne austriache finiscono per radicalizzarsi e unirsi all’IS, vuol forse dire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modello d’integrazione proposto in Austria? “Non sono sicura che vada visto davvero come un fallimento dell’integrazione -dice Carla Amina Baghajati Rappresentante delle Donne dell’IGGÖ, Islamischen Glaubensgemeinschaft in Österreich– Sì, come gli uomini anche le donne seguono il jihad, perché come gli uomini possono avere una personalità instabile, possono provare un senso di esclusione e sentire il bisogno di appartenere a qualcosa. Le sette del terrore offrono l’impressione di essere accoglienti, inclusive, sembrano dire sì, stavamo proprio aspettando TE! Ma una simile, disperata crisi personale può colpire chiunque”.  Continua a leggere

Burkaverbot, no al velo integrale

A ridosso della festa della donna in Austria è acceso il dibattito sul velo islamico integrale, il niqab. Ancor più, dopo l’approvazione della legge sull’integrazione, Integrationsgesetz, che ne prevede il bando da tutti gli spazi pubblici. Viene definito Burkaverbot e vieta di fatto la copertura integrale del volto, sia che avvenga con il niqab, o con il burqa. Per chi non rispetti tale norma sono previste multe di 150 euro. Un tema molto controverso, che ha visto scendere in piazza a Vienna oltre 2.000 persone appena un mese fa, in segno di protesta contro il provvedimento del governo federale. Una manifestazione alla quale hanno partecipato soprattutto donne musulmane. Secondo avvocati ed esperti austriaci il divieto contenuto nella legge sarebbe un provvedimento non necessario, discriminatorio e sproporzionato. Per la Camera di Commercio austriaca esiste il rischio che le donne con indosso il niqab vengano definitivamente isolate ed escluse dal consesso pubblico, relegandole ai margini della società. Andare a fare acquisti, recarsi negli uffici pubblici, effettuare una visita medica, accompagnare i figli a scuola, tutto nella quotidianità diventa impraticabile per quelle donne che indossano il velo islamico integrale in Austria. Queste sono solo alcune delle attività che le donne svolgono in pubblico. Forse lavorare, o sedersi in un bar per un caffè non rientra tra ciò che è consentito alle donne musulmane? È la provocazione lanciata da Ibrahim Olgun, Presidente dell’IGGÖ Islamischen Glaubensgemeinschaft in Österreich (la Comunità di Fede Islamica in Austria). Olgun è contrario al Burkaverbot e non vede miglioramenti nella comunicazione se queste stesse donne non portassero il velo islamico integrale. Però la donna coperta integralmente da niqab o burqa è davvero l’immagine femminile che vuol dare la comunità islamica austriaca?

Un dibattito molto sentito, che agita l’opinione pubblica e si è riverberato anche sulla stampa austriaca, proprio in occasione dell’8 marzo. “È una condanna a restare invisibili -mi dice Carla Amina Baghajati, Rappresentante delle Donne dell’IGGIÖ, Islamischen Glaubensgemeinschaft in Österreich– Per le donne che indossino il velo islamico integrale vi sono forti limitazioni, sia nella vita professionale, sia nella sfera pubblica della loro esistenza”. Anche se la Baghajati non nutre simpatia per il niqab, non ne approva il bando. Hijab e niqab sono capi di abbigliamento che, per alcune donne, diventano parte integrante della pratica religiosa. Tuttavia non sono un comandamento imposto dalla religione. Per Carla Amina Baghajati c’è il rischio di far fare alle donne musulmane enormi passi indietro. In Francia le donne che indossano niqab o burqa sono diventate eroine, i loro uomini pagano le multe volentieri, e sempre più esse rappresentano l’immagine dell’ideologia radicale. Questo bando contenuto nella legge sull’integrazione “contribuisce a diffondere un clima di paura e sospetto nei confronti dei musulmani -puntualizza la Baghajati- Alimentando reazioni populiste che prosperano su queste emozioni e aprendo la strada a un’ulteriore polarizzazione della società”.  Continua a leggere

Donne in marcia anche a Vienna

Due milioni e mezzo di donne hanno partecipato alla Women’s March (La marcia delle donne) in tutto il mondo. Mezzo milione solo a Washington. A Vienna, a marciare per le strade del centro storico, c’erano oltre 2.500 donne. Un fenomeno la Women’s March, che pian piano si è allargato a macchia d’olio, fino a coinvolgere 60 Paesi, con altrettante marce organizzate in oltre 100 città, il giorno successivo all’insediamento del 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Vi sono state dimostrazioni a Washington, Londra, Parigi, Roma, Milano, Berlino, Bruxelles, Ginevra, Copenhagen, Praga, ma anche in Australia, Nuova Zelanda, Kenya, Perù. La pacifica marea rosa ha invaso anche il centro di Vienna, con una partecipazione massiccia, al di là di ogni aspettativa. Ad organizzare la Women’s March viennese è stata Caroline Kirkpatrick, nata nella East Coast americana, ma attualmente residente nella capitale austriaca. Dopo aver lanciato la sua idea su Facebook, nel gruppo Women of Vienna, e aver ricevuto risposte entusiaste e ampio sostegno, la Kirkpatrick ha deciso di dare vita all’iniziativa viennese. “Tutto è cominciato così, dalla mia frustrazione nel non poter partecipare alla marcia di Washington -ha raccontato in un’intervista rilasciata al quotidiano online The Local Austria Caroline Kirkpatrick- Un modo per rispondere all’ascesa di quella retorica populista di estrema destra, che si sta diffondendo nel mondo”. Da lì la creazione della pagina Facebook dell’evento, il coordinamento a livello globale con tutti gli altri Paesi coinvolti e poi, vista l’incredibile pioggia di consensi, la marcia nel mondo reale, che ha avuto luogo sabato alle 12:00 a Karlsplatz. Punto di partenza davanti alla chiesa Karlskirche, per poi snodarsi per le vie del centro, fino a raggiungere il polmone verde di Stadtpark. Si attendevano 700 persone, che avevano dato la loro adesione attraverso i social media, ma alla fine l’affluenza è stata straordinaria, a manifestare erano almeno 2.500, secondo i dati diffusi dalla Polizia. Molte più del previsto, che hanno sfidato le temperature rigide che da giorni stringono in una morsa di gelo siberiano la capitale austriaca.

 

La Women’s March non era solo una protesta di genere, ma un evento aperto a tutti, infatti a Vienna erano presenti anche molti uomini. E non si manifestava solo contro il Presidente Donald Trump, ma anche contro ogni tipo di discriminazione, perché non vengano calpestati i diritti civili così faticosamente conquistati.  Continua a leggere

Vienna contro il velo islamico

La guerra contro il velo islamico è appena iniziata in Austria. A dichiarare battaglia all’hijab è il Ministro degli Esteri e dell’Integrazione Sebastian Kurz, non nuovo a proposte shock, che scatenano accese discussioni a livello nazionale. Il giovane Kurz, che a soli 30 anni è uno degli esponenti di spicco del Partito Popolare austriaco (ÖVP), ha deciso di proporre il bando del velo per coloro che svolgano servizi pubblici, soprattutto per chi operi nell’ambito scolastico. “L’Austria è un Paese aperto alla libertà di culto -ha dichiarato Kurz- Però è anche uno Stato secolarizzato” che si rifà al principio della laicità. E proprio per questo il Ministro Kurz intende far sua la proposta avanzata dal consulente Heinz Faßmann di inserire nel pacchetto per l’Integrazione, al quale il governo austriaco sta lavorando, il divieto di indossare l’hijab per chi ricopra incarichi pubblici. Giudicato particolarmente delicato è il ruolo che hanno insegnanti e operatori scolastici nella formazione dei ragazzi, e indossare il velo islamico “è un esempio dell’influenza che può essere esercitata sui più giovani” ha detto ai media austriaci Sebastian Kurz, dando il via alla sua personale crociata contro l’hijab. Al tempo stesso, ha precisato il Ministro, la presenza del crocifisso nelle aule non viene messa in discussione, perché rappresenta un’usanza storicamente consolidata dell’Austria, tra l’altro sancita e regolata anche dalla Costituzione.

Si è avuta ampia eco sui media austriaci. Dopo la presa di posizione di Kurz infuriano le polemiche, anche all’interno della stessa coalizione di governo. Da più parti sono arrivate decise critiche al Ministro Kurz, accusato di voler guadagnare popolarità adottando misure populiste, a spese della comunità musulmana austriaca, come ha dichiarato Omar Al-Rawi, Presidente dell’IMOe, Initiative Muslimischer Österreicherinnen und Österreicher (Iniziativa dei Musulmani austriaci). Anche Heinz-Christian Strache è intervenuto nel dibattito con un post su Facebook, scagliandosi contro Sebastian Kurz. La gente è stufa, ha detto il leader dell’FPÖ, di proclami vuoti ai quali non seguono mai azioni concrete, gli austriaci sono stanchi di politici che non mantengono le promesse.  Continua a leggere

La Turchia non è un paese per donne

Asya è bella, colta, realizzata professionalmente, parla bene inglese e tedesco. L’ho conosciuta qualche anno fa, mentre lavorava in Austria, dove ha vissuto per un lungo periodo. Un’amicizia, la nostra, che dura ancora. È tornata nella sua amata Istanbul da alcuni mesi. Asya è una donna in carriera, intraprendente, talentuosa, cittadina del mondo. Questa è la sua testimonianza dell’orrore che si impossessa in fretta della Turchia. Asya esordisce così: Ciao Mila, non posso scriverti su Facebook. Purtroppo gli account vengono crackati. La via più sicura è utilizzare WhatsApp, ma poi devo subito cancellare tutta la nostra conversazione. È molto pericoloso. La polizia può fermarti in qualsiasi momento, soprattutto le forze d’elite, e controllare le tracce delle tue conversazioni private. Ogni appiglio può rivelarsi fatale.

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I provvedimenti del governo turco stanno uccidendo giorno dopo giorno lo stato di diritto e la democrazia, in uno dei Paesi che fino a pochi anni fa era tra i più avanzati della zona eurasiatica. In queste ore si susseguono arresti di massa. Vigono restrizioni sull’espatrio. È stato dichiarato lo stato di emergenza per 3 mesi e sospesa la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Aleggia lo spettro della pena di morte. La voce di Asya parla direttamente alla nostra coscienza. A rischio c’è la civiltà. Il processo di islamizzazione sta permeando ogni ganglio della società turca. Non c’è più spazio per la laicità. Erdogan sta eliminando qualsiasi forma di dissenso. Ecco perché come mi racconta Asya con il cuore ferito: la Turchia non è un Paese per donne.  Continua a leggere